mercoledì 15 ottobre 2014

PAPPA E CICCIA E IL MAFIOSO E D U CATO di Gian Carlo Caselli

A
Brescello (Reggio Emilia)
una troupe di giovani coraggiosi ha girato per il web
Cor tocircuito, un formidabile
servizio ripreso da  i l fa t to q u o  -t i d i a n o. i t   A
Brescello (Reggio Emilia) una
troupe di giovani
coraggiosi ha girato per il web  Cor tocircuito,
un formidabile servizio ripreso da i l fa t to q u o t i d i a n o. i t  .
Tema: gli ottimi e cordialissimi rapporti del sindaco
(Pd) con tal Francesco
Grande Aracri, abitante nel
paese da molti anni ma non
un cittadino come tutti gli
altri. Egli infatti è stato condannato per mafia e sottoposto a sorveglianza speciale. È inoltre al centro di attività economiche sospette
che hanno recentemente
portato a un sequestro di beni a suo carico, da parte dei
Carabinieri di Reggio Emilia, per un valore di 3 milioni
di euro. Fa da cornice al tutto
l’accusa di legami con la cosca ’ndranghetista di Cutro.
E tuttavia il sindaco ha definito questo soggetto  “p e rsona educata e composta,
gentilissima e tranquilla,
sempre vissuta a basso livello”.
Brescello è anche il paese di
Peppone e don Camillo, i
mitici personaggi di Giovannino Guareschi, resi ancor
più famosi dai film interpretati da Gino Cervi e Fernandel, nel ruolo di sindaco e
parroco. Solo che le cose sono cambiate, rispetto a quei
tempi.
Perché Peppone e don Camillo (rompendo una crosta
solo apparente di bonomia)
facevano continuamente
prorompere un torrente di
divergenze, litigi, scontri e
risse. Ora invece parroco e
consiglio comunale si schierano subito dalla parte del
sindaco. Ormai è tutto un
idilliaco “pappa e ciccia”, un
universale  “volemose bene”
all’insegna dell’indignata
negazione dell’esistenza di
qualunque problema di mafia.
Si organizzano iniziative popolari pro-sindaco e si raccolgono per lui firme di solidarietà e sostegno (con il
concorso, pare, dei familiari
del condannato). E chi prospetta anche solo la possibilità di infiltrazioni illegali nel
paese è pregato senza tanti
riguardi di farsi da parte e
starsene zitto.
BRESCELLO  in verità non si
differenzia troppo da molte
altre zone del Centro e Nord
Italia. Spesso, anche se vi sono presenze mafiose di tutta
evidenza, fortissima e diffusa
è la tendenza a negarle. Miopia, superficialità, sottovalutazione e ignoranza si intrecciano con una sorta di distacco  “aristocratico” del Centro-Nord verso problemi
considerati a torto roba
esclusiva di un Sud arretrato
e povero. Senza accorgersi
che così si spalancano praterie sconfinate alla penetrazione dei mafiosi. Che per
parte loro fanno di tutto (ce
l’hanno nel Dna) per passare
inosservati, per non essere
avvertiti come un pericolo:
dimostrando notevoli capacità di  “ibridarsi” mescolan  -dosi e mimetizzandosi con le
persone per bene.
Con il paradosso che questa
mimetizzazione (la vita “a
basso livello”…) finisce per
essere un comodo alibi per
chi non vuol vedere o prova a
giustificare la sua disattenzione.
VIENE IN MENTE quel che il
prefetto di Palermo Carlo
Alberto dalla Chiesa aveva
dichiarato oltre trent’anni fa
a Giorgio Bocca, pochi giorni prima di essere ucciso dalla mafia, a proposito dei
Corleonesi (i Liggio, i Collura, i Criscione ecc...) che
nel 1949 erano stati da lui
denunciati in Sicilia per più
omicidi e sempre assolti per
insufficienza di prove, e poi
si erano  “tutti stranamente
ritrovati a Venaria Reale alle
porte di Torino”. Dalla
Chiesa chiedeva “notizie sul
loro conto e gli veniva risposto  “brave persone, non disturbano, firmano regolarmente”. E nessuno si era accorto che in giornata magari
erano venuti a Palermo o tenevano ufficio a Milano o,
chi sa, erano stati a Londra o
Parigi”. Tempi, luoghi e personaggi sono diversi: ma sostanzialmente uguale è il
giudizio troppo ottimistico e
indulgente: ieri  “brave persone” oggi “persone educate
e composte”, come a smentire che la storia non si ripete.
Quel che il sindaco e gli abitanti di Brescello (purtroppo
come tanti altri) non vogliono neppure prendere in considerazione è la sicura, accertata forza relazionale della
’ndrangheta soprattutto nei
piccoli centri, cioè la sua costante ricerca di credito sociale attraverso stretti rapporti con le amministrazioni
locali e la popolazione: senza
commettere reati che creino
troppo allarme, ma facendo
valere come immanente
(senza strafare) la forza che
comunque discende dal loro
persistente legame con l’or  -ganizzazione criminale le cui
radici restano in Calabria.
CON IL RISULTATO di un
sotterraneo, crescente intreccio con il mondo  “per bene” e di una progressiva intensificazione dell'inquinamento dell'economia pulita
ad opera di quella illegale. A
volte facilitata dal fatto che
un aiutino per superare le
difficoltà economiche contingenti può anche far comodo e può indurre a negare di
avere a che fare non persone
poco raccomandabili.

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