giovedì 16 ottobre 2014

PALERMO TRA MINACCE E ALLARMI BOMBA OGGI SI DECIDE SUI BOSS DA NAPOLITANO ALTA TENSIONE AL PALAZZO DI GIUSTIZIA. IL PROCURATORE AGUECI: “NOI ANDIAMO AVANTI”

È
lungo 15 centimetri,
non si trova sul mercato italiano, secondo i
primi rilievi sembra in
dotazione alle forze armate israeliane: caricato su un’arma da guerra serve a sfondare apparati blindati. L’hanno lasciato in un’aiuola
a metà strada tra i due Palazzi di
Giustizia di Palermo, il vecchio e il
nuovo, a simboleggiare, ancora
una volta, che possono colpire dove e quando vogliono. E possono
colpire duro. Il messaggio appare
chiaro agli investigatori che su delega della Procura si sono messi al
lavoro per ricostruire la provenienza del proiettile e decifrare
l’ennesima intimidazione contro i
magistrati palermitani che arriva
proprio mentre il livello delle indagini si alza e punta al cuore “nero’’  dei servizi di sicurezza e, altra
singolare coincidenza, alla vigilia
della decisione del presidente Alfredo Montalto, prevista per stamane, di ammettere, o meno, i
boss Riina e Bagarella, insieme con
Nicola Mancino, al Quirinale per
la deposizione del capo dello Stato
del 28 ottobre. Coincidenze che a
palazzo di Giustizia nessuno si
sente ancora si trasformare in ipotesi di lavoro.
“SI TRATT A di un episodio ancora
in fase di valutazione – dice il procuratore aggiunto Leonardo Agueci  – al momento non ci sono elementi per collegare questo fatta ai
precedenti accadimenti avvenuti
sempre all’interno del tribunale. Se
così fosse sarebbe davvero inquietante. A livello di ipotesi non si può
escludere nulla. Quel che è certo è
che le attività proseguono come
sempre e non ci lasceremo intimidire da questi episodi ma reagiremo compatti”. Ad allarmare investigatori e magistrati è infatti il
contesto di intimidazioni a raffica
che il Palazzo di Giustizia, e i magistrati antimafia, hanno subito in
questi mesi.  “Se questo fatto fosse
accaduto in un altro momento storico probabilmente sarebbe considerato in maniera diversa – dicono
alcuni magistrati  – invece è avvenuto in un periodo dove non mancano gli episodi particolari”.
MA LA TENSIONE a Palermo è alta
non solo attorno al Palazzo di Giustizia. Gli investigatori stanno monitorando, infatti, anche i numerosi allarmi bomba, rivelatisi falsi,
che negli ultimi giorni si sono registrati in città, fino all’ultimo,
scattato ieri mattina con l’interven  -to degli artificieri per una motoape
sospetta, in piazza Borsa, dove insistono diversi uffici e sportelli di
istituti di credito e dove abita, a due
passi, proprio Roberto Scarpinato.
I bancari si sono riversati per strada e sul posto sono intervenuti i
carabinieri e gli artificieri. Ma è bastato un breve controllo ai militari
per individuare il proprietario della motoape che stava svuotando
una cantina per un trasloco. Allarmi che si sono moltiplicati nell’ul  -tima settimana e che poi si sono
rivelati falsi: uno nei pressi dell’abi  -tazione dell’ex procuratore Francesco Messineo, e altro, lunedi
scorso, quando nella centralissima
via Libertà è stata ritrovata una valigetta abbandonata sul marciapiede. Sono scattati immediatamente
gli accertamenti (e sono stati anche
allertati gli artificieri) ma dentro
c’erano soltanto gli effetti personali
di una donna notaio che l’aveva dimenticata lì.
Episodi che hanno contribuito ad
alzare la tensione in città in attesa
della decisione del presidente del
processo della trattativa Alfredo
Montalto, che si conoscerà stamane: ieri il consiglio nazionale
dell’Ordine dei Giornalisti ha rivolto un appello al presidente Napolitano perché venga concesso
l’accesso ai giornalisti:  “L’incontro,
previsto per il 28 ottobre al Quirinale, riguarda avvenimenti, quali
la presunta trattativa Stato-mafia,
che sono di indiscutibile interesse
dei cittadini perché gli episodi ai
quali si fa riferimento hanno inciso
nella vita di tutti. Non è immaginabile – scrive il Consiglio dell’Or  -dine – che la cronaca di un fatto di
tale rilevanza venga affidato alla
mediazione interessata delle parti
in causa, pubblica accusa e difesa,
con le loro interpretazioni’’.



“Dietro il Ros
c’era Mannino”
IL PM: DOPO L ’OMICIDIO LIMA
L’EX MINISTRO AVVIÒ I NEGOZIAT


i Giuseppe Pipitone
Palermo
D
el rapporto “Mafia e appalti”, l’informa  -tiva del Ros sulle infiltrazioni di Cosa Nostra nelle commesse pubbliche in Sicilia, esistevano due versioni: nel febbraio ‘91, però,
sulla scrivania di Giovanni Falcone finì quella
“depurata” dalle intercettazioni che facevano
riferimento ai politici Salvo Lima, Rino Nicolosi e
Calogero Mannino.
Quella completa arriverà
alla Procura di Palermo
solo nel settembre  ’92,
ben 19 mesi dopo. Lo sostiene il pm Roberto Tartaglia, che ha cominciato
ad illustrare la sua requisitoria davanti al gup Marina Petruzzella, nel processo con rito abbreviato
contro lo stesso Mannino,
tra gli imputati della Trattativa tra pezzi dello
Stato e Cosa Nostra.
SECONDO L’ ACCUSA,  a “proteggere” l’ex ministro democristiano dall’indagine su “Mafia e
appalti” sarebbe stato l’allora comandante del
Ros Antonio Subranni.  “Il tema Mafia e appalti
– ha detto il pm  – è l’ennesimo elemento sul
rapporto illecito tra Subranni e Mannino: d’al  -tra parte anche Angelo Siino ci dice che dietro il
Ros all’epoca c’era proprio l’ex ministro”. Già
dopo l’omicidio Lima, Mannino capisce di essere nella black list di Cosa Nostra e da quel
momento cerca un colloquio con Cosa Nostra,
per salvarsi dalla sentenza di morte di Totò Riina, infuriato con i vecchi referenti politici della
mafia che non avevano saputo bloccare il Maxiprocesso. È proprio per evitare l’assassinio di
Mannino che Mori e De Donno agganciano Vito Ciancimino.  “Da quel momento – ha concluso Tartaglia  – la strategia di Cosa Nostra
cambia: non si parla più di uccidere i politici,
ma gli obiettivi diventano i magistrati”.

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