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entre i magistrati
non erano stati informati, ho ragione di pensare che
sia stato ben informato il presidente del Consiglio dell’epo -ca, Silvio Berlusconi”. Pochi
giorni fa, il vicepresidente della
commissione Antimafia Claudio Fava aggiungeva un dettaglio su quella che lui stesso ha
definito la “Gladio nelle carceri”, ossia l’accordo tra servizi
(Sisde) e direzione delle carceri
(Dap) per gestire le informazioni fornite da alcuni mafiosi. I nomi dei boss che hanno parlato
con gli 007 sono finiti nel Protocollo Farfalla, che
in realtà è stato trovato anni fa, nel 2006, durante
una perquisizione al Sisde, disposta dai pm romani Maria Monteleone e Erminio Amelio che
stavano indagano su Salvatore Leopardi, il magistrato di Palermo finito sotto inchiesta per aver
rivelato le informazioni di un pentito al Sisde.
Nell’ambito di questo processo vengono sentiti
alcuni
007, proprio per capire il circuito delle informazioni, ed è in questa
fase che forse si concentrano i sospetti del vice presidente della
commissione Antimafia: perché a confermare il segreto di Stato, opposto
da uno 007 che avrebbe
potuto chiarire questo aspetto, è stato proprio il
governo Berlusconi il 7 marzo 2011.
PER CAPIRE QUESTA STORIA, bisogna fare un
passo indietro, ripercorrere le
fasi del processo a Leopardi (ancora in corso in primo grado) e
ricostruire il contesto. Quando i
pm romani trovano il protocollo Farfalla infatti è il 2006, anno
di insediamento del II governo
Prodi che resta in carica fino
all’8 maggio 2008, quando ritorna Berlusconi. Con Prodi vengono rinnovati i vertici dei servizi segreti: al posto di Nicolò
Pollari al Sismi viene chiamato
l’ammiraglio Bruno Branciforte; mentre al Sisde lascia Mario Mori, direttore dal
2001, sostituito da Franco Gabrielli.
Gli inquirenti di Piazzale Clodio indagavano dopo le rivelazioni di Antonio Cutolo, condannato
all’ergastolo e detenuto nel carcere di Sulmona.
Cutolo, detto Tonino ‘m u l l e t ta , sosteneva di avere
dettagli per arrestare Edoardo Contini, considerato il vertice dell’omonimo clan camorristico, e
di aver fornito alcune informazioni a due agenti
della polizia penitenziaria che a loro volta avrebbero riferito al direttore del carcere abruzzese,
all’epoca Giacinto Siciliano. Questi avrebbe informato il capo del servizio ispettivo del Dap di
quegli anni, appunto Leopardi, che a sua volta riferì al Sisde. Questa “catena di Sant’Antonio” è
costata a Leopardi e ad altri l’accusa di falsità ideologica e omessa denuncia di reato, ma il processo
non è ancora conclusa. In fase dibattimentale, tra
gli 007 convocati c’era il colonnello dell’Aisi (ex
Sisde) Raffaele Del Sole, che non
ha mai risposto ai magistrati,
anche grazie a Berlusconi. Il 7
marzo 2011, infatti, l’ex premier
ha confermato il segreto di Stato
sulle informazioni che i magistrati volevano ottenere da Del
Sole. Per i pm ciò incideva profondamente sulla possibilità di
pervenire a una piena ricostruzione delle condotte contestate
agli imputati, oltre violare l’ar -ticolo 39 comma 11 della legge
124 del 3 agosto 2007 (riforma
dei servizi) che stabilisce che
in “in nessun caso possono
essere oggetto di segreto di
stato notizie, documenti o
cose relativi a fatti di terrorismo o eversivi dell’ordine
costituzionale o a fatti costituenti i delitti di strage, associazione per delinquere e
devastazione o saccheggio”.
Principio già affermato
dall’articolo 204 del codice
di procedura penale. E nel
caso del processo Leopardi si
stava lavorando proprio su
personaggi gravitanti negli
ambienti camorristici. Il 24 novembre 2011, la VI
sezione del tribunale di Roma chiude la questione
e stabilisce che il giudizio poteva “proseguire a
prescindere, almeno per ora, dalla legittimità del
confermato segreto di Stato”. La scelta di non far
testimoniare lo 007 potrebbe quindi porre un ulteriore ostacolo al chiarimento almeno di un
aspetto di quelli che erano i rapporti tra i servizi e
i pentiti e che trova conferma nel Protocollo Farfalla.
DOPO AVERLO TROVATO, i pm hanno iniziato
una serie di interrogatori. Sono stati sentiti sia Tinebra, all’epoca alla guida del Dap, sia Leopardi,
che sono anche i due pm che chiesero l’archivia -zione, poi ottenuta, di Berlusconi e Marcello
Dell’Utri come mandanti delle stragi. Tinebra,
sentito dai pm, smentisce la circostanza e nega di
sapere dell’accordo, mentre l’ex capo del Sisde
Mario Mori avrebbe minimizzato spiegando che
si trattava di un progetto per gestire le informazioni, che però non si era mai concretizzato. Dopo
questi interrogatori, i magistrati romani presentano un ordine di esibizione al Dap ma di quel
protocollo non c’è traccia. Così mandano a processo Leopardi e altri per una sola vicenda, e la
faccenda si chiude senza il deposito delle carte del
Sisde, compreso il Protocollo Farfalla. Fino a gennaio scorso quando il carteggio è stato mandato a
Palermo, che ha ricevuto non solo l’accordo tra
Sisde e Dap, ma anche gli interrogatori resi
all’epoca, oggetto di una nuova indagine.
Twitter: @PacelliValer
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