È
lungo 15 centimetri,
non si trova sul mercato italiano, secondo i
primi rilievi sembra in
dotazione alle forze armate israeliane: caricato su un’arma da guerra serve a sfondare apparati blindati. L’hanno lasciato in un’aiuola
a metà strada tra i due Palazzi di
Giustizia di Palermo, il vecchio e il
nuovo, a simboleggiare, ancora
una volta, che possono colpire dove e quando vogliono. E possono
colpire duro. Il messaggio appare
chiaro agli investigatori che su delega della Procura si sono messi al
lavoro per ricostruire la provenienza del proiettile e decifrare
l’ennesima intimidazione contro i
magistrati palermitani che arriva
proprio mentre il livello delle indagini si alza e punta al cuore “nero’’ dei servizi di sicurezza e, altra
singolare coincidenza, alla vigilia
della decisione del presidente Alfredo Montalto, prevista per stamane, di ammettere, o meno, i
boss Riina e Bagarella, insieme con
Nicola Mancino, al Quirinale per
la deposizione del capo dello Stato
del 28 ottobre. Coincidenze che a
palazzo di Giustizia nessuno si
sente ancora si trasformare in ipotesi di lavoro.
“SI TRATT A di un episodio ancora
in fase di valutazione – dice il procuratore aggiunto Leonardo Agueci – al momento non ci sono elementi per collegare questo fatta ai
precedenti accadimenti avvenuti
sempre all’interno del tribunale. Se
così fosse sarebbe davvero inquietante. A livello di ipotesi non si può
escludere nulla. Quel che è certo è
che le attività proseguono come
sempre e non ci lasceremo intimidire da questi episodi ma reagiremo compatti”. Ad allarmare investigatori e magistrati è infatti il
contesto di intimidazioni a raffica
che il Palazzo di Giustizia, e i magistrati antimafia, hanno subito in
questi mesi. “Se questo fatto fosse
accaduto in un altro momento storico probabilmente sarebbe considerato in maniera diversa – dicono
alcuni magistrati – invece è avvenuto in un periodo dove non mancano gli episodi particolari”.
MA LA TENSIONE a Palermo è alta
non solo attorno al Palazzo di Giustizia. Gli investigatori stanno monitorando, infatti, anche i numerosi allarmi bomba, rivelatisi falsi,
che negli ultimi giorni si sono registrati in città, fino all’ultimo,
scattato ieri mattina con l’interven -to degli artificieri per una motoape
sospetta, in piazza Borsa, dove insistono diversi uffici e sportelli di
istituti di credito e dove abita, a due
passi, proprio Roberto Scarpinato.
I bancari si sono riversati per strada e sul posto sono intervenuti i
carabinieri e gli artificieri. Ma è bastato un breve controllo ai militari
per individuare il proprietario della motoape che stava svuotando
una cantina per un trasloco. Allarmi che si sono moltiplicati nell’ul -tima settimana e che poi si sono
rivelati falsi: uno nei pressi dell’abi -tazione dell’ex procuratore Francesco Messineo, e altro, lunedi
scorso, quando nella centralissima
via Libertà è stata ritrovata una valigetta abbandonata sul marciapiede. Sono scattati immediatamente
gli accertamenti (e sono stati anche
allertati gli artificieri) ma dentro
c’erano soltanto gli effetti personali
di una donna notaio che l’aveva dimenticata lì.
Episodi che hanno contribuito ad
alzare la tensione in città in attesa
della decisione del presidente del
processo della trattativa Alfredo
Montalto, che si conoscerà stamane: ieri il consiglio nazionale
dell’Ordine dei Giornalisti ha rivolto un appello al presidente Napolitano perché venga concesso
l’accesso ai giornalisti: “L’incontro,
previsto per il 28 ottobre al Quirinale, riguarda avvenimenti, quali
la presunta trattativa Stato-mafia,
che sono di indiscutibile interesse
dei cittadini perché gli episodi ai
quali si fa riferimento hanno inciso
nella vita di tutti. Non è immaginabile – scrive il Consiglio dell’Or -dine – che la cronaca di un fatto di
tale rilevanza venga affidato alla
mediazione interessata delle parti
in causa, pubblica accusa e difesa,
con le loro interpretazioni’’.
“Dietro il Ros
c’era Mannino”
IL PM: DOPO L ’OMICIDIO LIMA
L’EX MINISTRO AVVIÒ I NEGOZIAT
i Giuseppe Pipitone
Palermo
D
el rapporto “Mafia e appalti”, l’informa -tiva del Ros sulle infiltrazioni di Cosa Nostra nelle commesse pubbliche in Sicilia, esistevano due versioni: nel febbraio ‘91, però,
sulla scrivania di Giovanni Falcone finì quella
“depurata” dalle intercettazioni che facevano
riferimento ai politici Salvo Lima, Rino Nicolosi e
Calogero Mannino.
Quella completa arriverà
alla Procura di Palermo
solo nel settembre ’92,
ben 19 mesi dopo. Lo sostiene il pm Roberto Tartaglia, che ha cominciato
ad illustrare la sua requisitoria davanti al gup Marina Petruzzella, nel processo con rito abbreviato
contro lo stesso Mannino,
tra gli imputati della Trattativa tra pezzi dello
Stato e Cosa Nostra.
SECONDO L’ ACCUSA, a “proteggere” l’ex ministro democristiano dall’indagine su “Mafia e
appalti” sarebbe stato l’allora comandante del
Ros Antonio Subranni. “Il tema Mafia e appalti
– ha detto il pm – è l’ennesimo elemento sul
rapporto illecito tra Subranni e Mannino: d’al -tra parte anche Angelo Siino ci dice che dietro il
Ros all’epoca c’era proprio l’ex ministro”. Già
dopo l’omicidio Lima, Mannino capisce di essere nella black list di Cosa Nostra e da quel
momento cerca un colloquio con Cosa Nostra,
per salvarsi dalla sentenza di morte di Totò Riina, infuriato con i vecchi referenti politici della
mafia che non avevano saputo bloccare il Maxiprocesso. È proprio per evitare l’assassinio di
Mannino che Mori e De Donno agganciano Vito Ciancimino. “Da quel momento – ha concluso Tartaglia – la strategia di Cosa Nostra
cambia: non si parla più di uccidere i politici,
ma gli obiettivi diventano i magistrati”.
giovedì 16 ottobre 2014
mercoledì 15 ottobre 2014
Scarpinato, manomessa la videosorveglianza
Rafforzate le misure
di sicurezza per il
magistrato. Nel suo ufficio
era già stata lasciata
una lettera intimidatoria
e sulla porta di fronte
allo studio era apparsa
la scritta “a t te n to
INTIMIDAZIONI A SCARPINATO:
SPARITI I FILMATI DI SICUREZZA
PALERMO, CANCELLATE O MANOMESSE LE IMMAGINI GIRATE DALLE TELECAMERE
NEI GIORNI DELLE INTRUSIONI NELL’UFFICIO DEL PROCURA TORE DEL PROCESSO MOR
D
a Caltanissetta gli
uomini della Dia
sono piombati alla Procura generale di Palermo il 24 settembre, sequestrando i filmati girati dalle videocamere di sorveglianza nei dodici giorni
precedenti, ma quando le
hanno analizzate, gli investigatori hanno avuto un’amara
sorpresa: le immagini si sono
sovrapposte e cancellate, con
il risultato che quelle utilizzabili riguardavano solo 7
giorni; e quando hanno tentato di ri-analizzarle, i giorni
sono diventati uno solo. Errore umano, guasto o sabotaggio?
SI TINGE DI GIALLO l’indagi -ne condotta dalla Procura di
Caltanissetta sulle “incursio -ni” contro il procuratore generale Roberto Scarpinato nel
cuore del Palazzo di giustizia
di Palermo: due “avvertimen -ti” espliciti con una lettera
anonima lasciata sul tavolo del
suo ufficio blindato e una
scritta minacciosa a cc u ra (in
dialetto: “stai attento’’) vergata sulla porta di fronte al suo
ufficio, un’area presidiata per
tutto il tempo della presenza
del pg al Palazzo di giustizia,
proprio dai finanzieri che lo
tutelano.
Per fare luce sui due episodi, il
pubblico ministero Nico Gozzo ha già interrogato nei giorni scorsi gli uomini della scorta di Scarpinato per ricostruire
tutti i movimenti delle scorte,
del personale giudiziario e
delle forze dell’ordine nei
giorni precedenti il ritrovamento della scritta: che, secondo chi indaga, potrebbe
anche risalire a parecchio
tempo, forse settimane, prima
del 23 settembre, data in cui
un militare di scorta, grazie a
un effetto della controluce, si
accorse della parola impressa
sulla porta, in sé difficilmente
visibile.
I RIFLETTORI investigativi sono puntati sul corridoio al primo piano che ruota nelle due
ali del palazzo e che è protetto
24 ore su 24 sia all’ingresso che
all’uscita. Di notte, infatti, le
porte blindate dei corridoi
vengono chiuse e vigilate periodicamente dai carabinieri.
Adesso, con la scoperta dei
“buchi” nei filmati, le indagini
si presentano molto piu’ ar -due: le testimonianze degli
agenti di scorta, incrociate con
la visione delle immagini, se
fossero state complete avrebbero potuto fornire un quadro
più chiaro degli eventi sul quel
corridoio. E se le speranze di
identificare i misteriosi incursori sono diventate più flebili,
la tensione a Palermo è ancora
alta. Dopo l’istituzione di una
zona rimozione a piazza Borsa, davanti all’abitazione di
Scarpinato, il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica ha disposto un
ulteriore rafforzamento della
scorta del magistrato.
L’allarme resta alto anche perché al Palazzo di giustizia viene continuamente disattesa la
circolare dell’ex procuratore
generale, Luigi Croce, che, per
motivi di sicurezza, aveva vietato la sosta delle auto sulla
rampa di ingresso: ieri mattina, intorno alle 13, nonostante il clima di allarme generato da lettere di intimidazione e minacce a vari pm, numerose auto blindate erano
ferme, in attesa dei magistrati
da accompagnare. E le auto
private di pm e giudici continuano a sostare a pochi passi
dall’ingresso del palazzo, su
uno spiazzo a loro riservato in
un’area considerata tra le più
vulnerabili per la sicurezza dei
magistrati.
Nella lettera anonima che il
procuratore generale ha trovato nella posta in arrivo, al
rientro dalle ferie, qualcuno
ha scritto che Scarpinato
avrebbe “esorbitato dai suoi
compiti” invitandolo a “rien -trare nei ranghi”. Per esprimere la propria solidarietà al magistrato minacciato, che sostiene l’accusa nel processo
d’appello agli ufficiali del Ros
Mori e Obinu, infine, e per
chiedere maggiore tutela nei
confronti dei magistrati antimafia, Scorta Civica ha organizzato stamane davanti il palazzo di Giustizia un sit-in che
durerà tutta la giornata, di
mattina dalle 9 alle 11,30 e il
pomeriggio dalle 16,30 alle
19,30. Al sit-in hanno aderito
anche gli studenti medi di Palermo.
di sicurezza per il
magistrato. Nel suo ufficio
era già stata lasciata
una lettera intimidatoria
e sulla porta di fronte
allo studio era apparsa
la scritta “a t te n to
INTIMIDAZIONI A SCARPINATO:
SPARITI I FILMATI DI SICUREZZA
PALERMO, CANCELLATE O MANOMESSE LE IMMAGINI GIRATE DALLE TELECAMERE
NEI GIORNI DELLE INTRUSIONI NELL’UFFICIO DEL PROCURA TORE DEL PROCESSO MOR
D
a Caltanissetta gli
uomini della Dia
sono piombati alla Procura generale di Palermo il 24 settembre, sequestrando i filmati girati dalle videocamere di sorveglianza nei dodici giorni
precedenti, ma quando le
hanno analizzate, gli investigatori hanno avuto un’amara
sorpresa: le immagini si sono
sovrapposte e cancellate, con
il risultato che quelle utilizzabili riguardavano solo 7
giorni; e quando hanno tentato di ri-analizzarle, i giorni
sono diventati uno solo. Errore umano, guasto o sabotaggio?
SI TINGE DI GIALLO l’indagi -ne condotta dalla Procura di
Caltanissetta sulle “incursio -ni” contro il procuratore generale Roberto Scarpinato nel
cuore del Palazzo di giustizia
di Palermo: due “avvertimen -ti” espliciti con una lettera
anonima lasciata sul tavolo del
suo ufficio blindato e una
scritta minacciosa a cc u ra (in
dialetto: “stai attento’’) vergata sulla porta di fronte al suo
ufficio, un’area presidiata per
tutto il tempo della presenza
del pg al Palazzo di giustizia,
proprio dai finanzieri che lo
tutelano.
Per fare luce sui due episodi, il
pubblico ministero Nico Gozzo ha già interrogato nei giorni scorsi gli uomini della scorta di Scarpinato per ricostruire
tutti i movimenti delle scorte,
del personale giudiziario e
delle forze dell’ordine nei
giorni precedenti il ritrovamento della scritta: che, secondo chi indaga, potrebbe
anche risalire a parecchio
tempo, forse settimane, prima
del 23 settembre, data in cui
un militare di scorta, grazie a
un effetto della controluce, si
accorse della parola impressa
sulla porta, in sé difficilmente
visibile.
I RIFLETTORI investigativi sono puntati sul corridoio al primo piano che ruota nelle due
ali del palazzo e che è protetto
24 ore su 24 sia all’ingresso che
all’uscita. Di notte, infatti, le
porte blindate dei corridoi
vengono chiuse e vigilate periodicamente dai carabinieri.
Adesso, con la scoperta dei
“buchi” nei filmati, le indagini
si presentano molto piu’ ar -due: le testimonianze degli
agenti di scorta, incrociate con
la visione delle immagini, se
fossero state complete avrebbero potuto fornire un quadro
più chiaro degli eventi sul quel
corridoio. E se le speranze di
identificare i misteriosi incursori sono diventate più flebili,
la tensione a Palermo è ancora
alta. Dopo l’istituzione di una
zona rimozione a piazza Borsa, davanti all’abitazione di
Scarpinato, il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica ha disposto un
ulteriore rafforzamento della
scorta del magistrato.
L’allarme resta alto anche perché al Palazzo di giustizia viene continuamente disattesa la
circolare dell’ex procuratore
generale, Luigi Croce, che, per
motivi di sicurezza, aveva vietato la sosta delle auto sulla
rampa di ingresso: ieri mattina, intorno alle 13, nonostante il clima di allarme generato da lettere di intimidazione e minacce a vari pm, numerose auto blindate erano
ferme, in attesa dei magistrati
da accompagnare. E le auto
private di pm e giudici continuano a sostare a pochi passi
dall’ingresso del palazzo, su
uno spiazzo a loro riservato in
un’area considerata tra le più
vulnerabili per la sicurezza dei
magistrati.
Nella lettera anonima che il
procuratore generale ha trovato nella posta in arrivo, al
rientro dalle ferie, qualcuno
ha scritto che Scarpinato
avrebbe “esorbitato dai suoi
compiti” invitandolo a “rien -trare nei ranghi”. Per esprimere la propria solidarietà al magistrato minacciato, che sostiene l’accusa nel processo
d’appello agli ufficiali del Ros
Mori e Obinu, infine, e per
chiedere maggiore tutela nei
confronti dei magistrati antimafia, Scorta Civica ha organizzato stamane davanti il palazzo di Giustizia un sit-in che
durerà tutta la giornata, di
mattina dalle 9 alle 11,30 e il
pomeriggio dalle 16,30 alle
19,30. Al sit-in hanno aderito
anche gli studenti medi di Palermo.
ALBERGHI, AFFARI E GREMBIULINI: GLI AMICI DI RENZI AL TELEFONO IL BUSINESS DELL ’ UOMO DELLA CRICCA CON BACCI, VICINO A MATTEO E AL PADRE. IL PESO DI VERDINI. OMBRE SUI FINANZIATORI FIORENTINI DEL PREMIER CHE DICE: “NULLA A CHE FARE CON LA MASSONERIA
F
erruccio de Bortoli non è stato il primo ad accostare la massoneria al
mondo che circonda Matteo Renzi.
“Il patto del Nazareno - ha scritto il
direttore del Corriere della Sera - finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica,
forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari
sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo,
dallo stantio odore di massoneria”. Notoriamente alla stesura del Patto del Nazareno erano
presenti per il Pdl oltre a Gianni Letta l’ex piduista Silvio Berlusconi e Denis Verdini, a processo per la cosiddetta P3 e per il Pd c’era Matteo
Renzi.
Riccardo Fusi, quando era ancora il ricco e potente proprietario con Roberto Bartolomei del
più grande gruppo di costruzioni di Firenze, la
BTP, nel lontano 2009 mentre era intercettato ha
toccato l’argomento dei rapporti tra Renzi e il
mondo della massoneria con il suo socio. I Carabinieri del Ros di Firenze su delega dei pubblici ministeri che indagavano sulla cosiddetta
‘Cricca dei grandi eventi’ hanno trascritto nei
brogliacci il sunto di 52 mila conversazioni telefoniche di Fusi dal febbraio 2008 al febbraio
2010. Il Fatto pubblica oggi le sintesi agli atti del
procedimento che, pur non avendo rilevanza dal
punto di vista penale, sono utili a tratteggiare
meglio l’ambiente imprenditoriale e politico che
circondava l’attuale presidente del consiglio negli anni fiorentini in cui ha preparato il grande
salto sul proscenio nazionale.
Il processo di primo grado contro Riccardo Fusi
si è chiuso con quattro condanne per la vicenda
dell’appalto della caserma dei marescialli di Firenze, uno dei filoni dell’ambito dell’inchiesta
sulla cricca, che riguardava anche gli appalti per
i grandi eventi come il G8. Il Tribunale di Roma
ha inflitto tre anni e 8 mesi di reclusione per
Angelo Balducci, e 2 anni a Fusi, con la condizionale.
IL 19 SETTEMBRE 2009, dopo l’elezione a sindaco di Firenze di Matteo Renzi, Riccardo Fusi
parla con il suo socio Roberto Bartolomei. I due
imprenditori in quel momento già sentivano i
morsi della crisi che poi porterà al crack il gruppo
BTP, nonostante il tentativo di salvataggio con
un prestito ponte da 150 milioni per il quale si era
dato da fare anche Denis Verdini (in passato in
affari e da sempre grande amico con Fusi e Bartolomei) con Giuseppe Mussari, allora presidente del Monte dei Paschi di Siena. A gennaio del
2014 sono state chiuse le indagini della Procura
di Prato contro Fusi e Bartolomei per bancarotta.
Quel giorno di settembre di cinque anni fa Bartolomei e Fusi commentano i loro guai. Non
hanno nemmeno pagato 200 mila euro di arretrati delle quote dovute all’Associazione Industriali. Una brutta figura con i colleghi che sembrano passarsela meglio. In particolare Jacopo
Mazzei e i fratelli Corrado e Marcello Fratini, così
definiti dal Sole 24 ore: “immobiliaristi (outlet e
centri commerciali), imprenditori del settore
moda, rappresentano una delle famiglie più patrimonializzate della Toscana e del Paese. Jacopo
Mazzei è uno dei manager di punta del oro gruppo, Fingen, nel campo dello sviluppo immobiliare internazionale”.
I Carabinieri sintetizzano così la conversazione
tra Fusi e Bartolomei: “i Fratini, attraverso Mazzei, sono ben inseriti nel Comune di Firenze ed
hanno un contatto diretto con Matteo Renzi. Fusi continua dicendo che detti legami sono forti di
un ‘rapporto massonico’”.
Proprio così: rapporto massonico. I Carabinieri
non trascrivono la telefonata integralmente ma
mettono tra virgolette la frase di Fusi sul ‘rap -porto massonico’ che rafforzerebbe i legami dei
due imprenditori. Tra loro o con Renzi? Si dovrebbe ascoltare la telefonata integrale per rispondere ma non è disponibile.
Fusi al Fatto, che gli legge al telefono la sintesi
della sua frase di 5 anni fa, dice: “Non lo so. Non
so capire il contesto di questo discorso con Bartolomei. Non ho idea se loro sono massoni o no.
La massoneria per quanto si capisce comanda ma
io non lo so se loro lo siano. Io comunque non
conosco la massoneria. Non lo sono sicuramente
e non so nemmeno di che si parla. Conosco Mazzei e Fratini ma se sono massoni onestamente
non lo so”.
Da Palazzo Chigi il sottosegretario alla presidenza Luca Lotti fa sapere: “Renzi ha già più volte
chiarito che non ha nulla a che fare non solo con
la massoneria ma nemmeno con quella cultura.
Tutto il resto è chiacchiera”.
Nelle telefonate non mancano altri riferimenti
polemici al potere di Fratini e Mazzei, non solo
sul comune, a Firenze. Il 14 aprila 2008, per
esempio, Riccardo Fusi passa a Piazza Donatello
e si imbatte in un cantiere di una clinica di proprietà dei Ligresti. Quando scopre che i lavori
sono stati appaltati alla CPF dei fratelli Fratini va
su tutte le furie e chiama il suo amministratore
delegato Vincenzo Di Nardo e gli dice: “il mio
sbaglio sai qual'è stato? Di non aver preso il Mazzei io e te dai Fratini... era già risolta”.
Il gruppo Fingen dei fratelli Fratini si presenta
così su internet: “fondata nel 1979 da Corrado e
Marcello Fratini Fingen concentra oggi il suo business in tre aree: fashion, retail e Real Estate.
Nell'ambito Fashion, Fingen ha sviluppato le licenze di marchi del calibro di CK, CK Jeans, CK
Collection, Guess, Jean's Paul Gaultier e, attualmente, del brand Kathy Van Zeeland (www.kathy.it). In ambito retail dispone, attraverso Tie
Rack ltd (www.tie-rack.co.uk), di un network di
oltre 300 punti vendita, metà dei quali dislocati
nei principali aeroporti di tutto il mondo. Le attività immobiliari sono invece gestite da RDM”.
Proprio nella RDM compare Mazzei: “gestisce 20
sviluppi per una superficie complessiva di oltre
610.000 metri quadrati e un valore totale di circa
1 miliardo e 300 milioni di Euro. Fondata nel
1998 in partnership con Jacopo Mazzei che ricopre il ruolo di Presidente, RDM è tra i principali sviluppatori italiani”.
Comunque Riccardo Fusi nel 2008-2009, dopo le
lamentele con il socio, scambia una serie di telefonate con Jacopo Mazzei. Si discute di provare
a fare qualcosa insieme nel settore immobiliare e
il 15 ottobre 2008 i Carabinieri annotano: “Ja -copo Mazzei chiama Fusi. I due parlano del loro
rapporto economico condizionato dall'agire dei
vari soci. Mazzei chiede all'interlocutore la possibilità di utilizzare il suo elicottero per fare delle
fotografie dall'alto all'albergo”.
Elicotteri e alberghi sono una costante nelle telefonate di Fusi e introducono un altro personaggio chiave dei suoi rapporti con il mondo
renziano: Andrea Bacci.
FINORA QUESTO imprenditore di Rignano
sull’Arno, paese dei Renzi, era famoso oltre che
per le sue attività nel mondo del lusso con la AB
Florence e per il suo recente ruolo di presidente
della squadra di calcio Lucchese, per due cose: è
l’uomo prescelto da Matteo Renzi prima alla Provincia e poi al Comune per guidare le società per
azioni nelle quali l’ente pubblico ha una quota o il
controllo. Ai tempi della Provincia Bacci è scelto
da Renzi per guidare la Florence Multimedia, al
centro di mille polemiche per le sue spese facili.
Mentre quando Renzi diventa sindaco, Bacci diventa presidente della Silfi, società partecipata al
30 per cento dal Comune che si occupa di illuminazione. Bacci è però soprattutto l’uomo
che cerca di trovare per Matteo Renzi un elicottero per andare a Milano. In particolare il 12 dicembre chiama Fusi per dire: “Matteo deve andare di corsa a Milano in trasmissione ..all'Invasione Barbariche... dalla Biscardi i treni sono
tutti in ritardo di due ore ... due ore e mezzo e non
so come ... (inc.) è bloccata .. lui ha bisogno di
andarci in elicottero ... ce l' hai disponibile prova
a sentire ... trova una soluzione dai!”. Fusi in quel
caso lo mandò a quel paese così: “’trova una soluzione’” ma non vola l'elicottero ora ... non passa
l'Appenino l'elicottero .. non ce la fa ... Andrea ..
impossibile .. è impossibile ... l'elicottero non è un
problema .. ma non passa l'Appennino ... non lo
fanno decollare .. sono le 4 e mezzo fra partire e
fare il piano di volo un'ora ci vuole .. non si può
passare l'Appennino alle 5 e mezzo di sera ...con
la previsione che c'è non si vola ...devo andare
anch'io a Milano .. ho prenotato il treno per domani mattina”.
Poi Bacci ci riprova il 3 aprile per un volo programmato per il 6 aprile del 2009. Una data sfortunata, quel giorno c’è la scossa di terremoto
dell’Aquila. Nella telefonata a Fusi, Bacci chiede
un elicottero per un uomo che deve andare a Milano dalle 3 e mezza alle sette di sera. L’elicottero
deve restare ad apettarlo. Non si pronuncia il nome del passeggero. Il consigliere comunale Francesco Torselli, ora passato a Fratelli d’Italia, presentò un’interrogazione perché ipotizzava fosse
Renzi. Comunque al mattino, quando tutto è
pronto per la partenza, Bacci chiama Fusi per
dirgli che il volo è ‘cancellato’. Fusi risponde con
un’imprecazione. Fusi al Fatto dice che l’elicot -tero del 6 aprile 2009 non era per Renzi: “era per
un’altra persona che interessava a Bacci”. Mentre
Bacci dice “non ricordo chi fosse la persona”.
Ora Il Fatto ha scoperto che Andrea Bacci non è
solo l’uomo di fiducia di Renzi ma era anche in
affari con Fusi e lo è stato, molti anni prima, con
Tiziano Renzi, il padre di Matteo Renzi.
Il giorno prima della richiesta dell’elicottero per
andare alle Invasioni Barbariche, Andrea Bacci
era pressato da Fusi che voleva da lui una grande
somma per uscire da un’attività commerciale
(‘che non appare’) in comune. Ecco la sintesi dei
Carabinieri: “Riccardo Maestrelli richiama Riccardo Fusi il quale gli riferisce che Bacci ha già
speso i soldi dello sponsor. Fusi riferisce del colloquio con il Bacci in merito all'albergo che hanno in società tra loro. Nella circostanza Fusi dice di aver riferito al Bacci di volere la cifra di 5 milioni di
euro per uscire dalla società
nella quale non (‘con’ sul
brogliaccio Ndr) compare
ufficialmente”.
In effetti il 30 dicembre 2008
i Carabinieri annotano “Fu -si chiama Bacci al quale riferisce di essere con il Coppi
(manager del gruppo Ndr)
intento a verificare la risoluzione del contratto. I due
parlano del denaro del quale
Fusi vuole rientrare in possesso entro il 30 gennaio
2009”.
AL FATTO QUOTIDIANO Bacci dice: “Non sono
mai stato socio di Fusi e non ricordo quelle telefonate”. Mentre Fusi spiega: “Ho fatto affari
con Bacci ma non sono mai stato suo socio. Io
sono stato socio solo di Maestrelli e quest’ultimo
era a sua volta socio, in un altra azienda con Bacci”.
La questione più sorprendente è un’altra: Andrea
Bacci, manager scelto da Renzi per società pubbliche, anche quando era in affari ‘segreti’ con
Fusi, è stato socio di Tiziano Renzi. Il padre del
presidente del consiglio ora indagato a Genova
per la sua Chil Srl ha cominciato nel lontano 1993
nel settore del recupero crediti in una società nella quale c’era anche Andrea Bacci: la Raska di
Tiziano Renzi e C. S.A.S. Tiziano Renzi ne era
socio accomandatario dal 28 dicembre del 1991.
Mentre Andrea Bacci ne era socio accomandante. Bacci conferma al Fatto: “la società ha chiuso
nel 1993 e lavorava se non ricordo male per la
American Express”.
Sui rapporti tra Andra Bacci e Riccardo Fusi il
sottosegretario Luca Lotti precisa: “I rapporti di
affari tra Riccardo Maestrelli e Andrea Bacci sono noti. Renzi non ha mai volato né ha mai chiesto a Bacci di chiedere a Fusi di volare con l'elicottero di Fusi, né per raggiungere Milano nel
dicembre 2008 per partecipare alle Invasioni
Barbariche né in altre circostanze. Fra l’altro, mi
sembra di ricordare che l’unica volta in cui Bacci
e Tiziano Renzi sono stati soci, nei primi anni ’90,
si è chiusa con una causa civile tra i due”.
Il terzo uomo che fa affari con Bacci e Fusi, è
anche lui un amico di Renzi: Riccardo Maestrelli
è diventato famoso questa estate quando Matteo
Renzi ha scelto l’albergo Villa Roma Imperiale
per le sue vacanze e i giornali si sono ricordati che
era stato un finanziatore del sindaco di Firenze. Il
lussuoso resort di Forte dei Marmi appartiene
infatti alla sua famiglia. Il presidente del Consiglio ha alloggiato con moglie e figli in alta stagione ad agosto pagando una somma importante
ma più bassa del listino dei clienti ordinari. Questo aveva attirato le attenzioni sui suoi rapporti
con Maestrelli. Ora Il Fatto ha scoperto nelle carte dell’indagine sulla Cricca un’intercettazione di
una telefonata nella quale l’amico del sindaco fa
molto di più: non è solo un ospite generoso, non
è stato solo un suo finanziatore ma ha organizzato e pagato le spese di una cena all’Hilton di
Firenze nella quale sono stati raccolti circa 80
mila euro.
Alle ore 16e 32 del 19 maggio
2009 Maestrelli chiama Riccardo Fusi.
Maestrelli: abbiamo organizzato una cena all'Hilton Metropol
con la partecipazione di professionisti e imprenditori che gentilmente fanno un'offerta di euro 1000 con bonifico preventivo...
Fusi:...(ride)...
M:...allora sono... io sono a fare
... mi hanno fatto... devo fare l'esattore... sicchè devo raccattare
un po' di persone... perchè si
dovrebbe essere 100 a cena ..
F:...va bene...
M:...è la finale di coppa campioni... te lo preannuncio... quindi
s'è chiesto di mettere gli schermi... eccetera... eccetera... la cena la offro io... sicchè...
F:...ma ci sei te o no?...
M:...io ci sono... certo...
F:...allora... tu ci sei... ma per chi
si fa questi 1000 euro?...
M:...per Matteo Renzi... che ci
sarà anche lui... che ora non
so...
F:...questo Matteo Renzi ...
M:...se te non ti devi esporre
non venire... perchè...
F:...no... io... ascolta... ma ti pare
che non vengo... io vado dappertutto... per me chi vince va
bene uguale... a me basta che
campi il Maestrelli vengo... vengo....dì alla tua signorina che telefoni a codesto numero che ti
ho dato ora... e risponde la mia
segreteria e tu gli dai i dati”.
IL SOTTOSEGRETARIO Luca
Lotti precisa: “L'hotel Villa Roma Imperiale è della famiglia
Maestrelli e Riccardo è un amico di Matteo Renzi. L'hotel è
amministrato dalla sorella di
Riccardo, Elena Maestrelli. Il
presidente del consiglio, nonostante i proprietari lo avrebbero
volentieri avuto come ospite, ha
pagato una somma di 5 mila e
100 euro per un soggiorno con
la famiglia. Un prezzo, sinceramente, che mi pare
del tutto onesto”.
Sia Fratini che Mazzei, che Fusi, che Bacci sono
stati finanziatori di Renzi e nel 2009 il consigliere
del Pdl Giovanni Donzelli aveva presentato
un’interrogazione per sapere se i Fratini avevano
mai parlato con Renzi della cittadella viola. I terreni dell’Osmannoro dei Fratini infatti erano stati oggetto di una polemica in quel periodo con
Diego Della Valle perché erano proposti in quei
giorni dalla stampa per la costruzione dello Stadio e delle attività commerciali connesse.
Un’ipotesi che oggi sembra tramontata a beneficio di una soluzione più centrale: l’area Mercafir. In quella zona ha interessi importanti proprio Riccardo Maestrelli. Con la sua società infatti la famiglia Maestrelli è titolare dal 2007 di
un’area di 13mila metri quadrati di proprietà del
comune che ha ceduto il diritto di superficie per
50 anni al gruppo. Nel caso in cui lo stadio della
Fiorentina fosse costruito proprio nella zona in
cui oggi si trovano gli stabilimenti di trasformazione della frutta dei Maestrelli è facile prevedere
che in loro favore il comune trovà trovare un’al -tra area o pagare un indennizzo notevole.
Anche il cognato di Riccardo Fusi è unimprenditore noto a Firenze. Si chiama Riccardo Martellini e la sua società, la Silvaneon, dal 1947 tappezza Firenze (e altre città italiane) con i suoi
cartelloni 6 per 3.
Il 10 aprile del 2009 nel pieno della campagna
elettorale per eleggere a sindaco Matteo Renzi,
parla con Denis Verdini, leader di Forza Italia e
poi del Pdl a Firenze, sul telefono cellulare di
Riccardo Fusi, che è intercettato dai Carabinieri.
Questa è la sintesi dei Carabinieri del ROS: “Ric -cardo Fusi passa il telefono a Denis Verdini che
parla con Martellini che lo incoraggia per Firenze
e poi parlano di un preventivo fatto da Martellini
che dice di aver parlato della cosa con Bonciani
(che si doveva appunto incontrare con lo stesso
Verdini. Martellini dice di avere altre cose che
voleva Renzi ma che lui non gli ha dato; Verdini
chiede se ne ha parlato con gli altri ma Martellini
risponde che ne voleva parlare prima con lui.
Verdini poi dice che si deve incontrare con quelle
persone e che quindi lo chiama quando sarà con
loro”.
ALESSIO BONCIANI, 42 anni, eletto con il Pdl nel
2008 alla Camera, allora era coordinatore cittadino del Pdl, poi lasciato per l’Udc. Proprio nel
maggio 2009, durante la campagna di Giovanni
Galli, da lui sostenuto, arrivò ai giornali dal suo
account di posta elettronica, una mail con l'annuncio delle sue dimissioni da coordinatore cittadino: perchè i suoi non sostenevano troppo
Galli. Bonciani parlò di hackeraggio. Dal brogliaccio dei Carabinieri non è chiaro perché il
cognato di Renzi chieda a Verdini l’autorizza -zione a dare le cose che Renzi ha chiesto. Al Fatto
Martellini dice: “Che c'entra Renzi con Verdini?
Ora sì, se vediamo l'attualità. Ma allora nel 2009?
Ci sarà un errore di trascrizione dei Carabinieri.
Io non ricordo nulla. Si parlerà di un preventivo
per la pubblicità di Forza Italia, pagata regolarmente. Non ci siamo mai schierati e lavoriamo
anche per il Pd ma sono sicuro al 100 per 100 di
non avere fatto pubblicità per Renzi”. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Luca Lotti
che ha seguito le campagne elettorali di Renzi dal
punto di vista amministrativa meglio dell’ex sindaco spiega: “E' chiaro che si parla delle affissioni
pubblicitarie per la campagna delle elezioni del
2009 per eleggere il sindaco di Firenze. Martellini, titolare di un'impresa di affissioni, probabilmente vuole avvertire Denis Verdini che
avrebbe potuto fare oltre alla pubblicità elettorale
per noi, anche quella per Renzi. Martellini probabilmente avrà voluto farsi bello chiedendo l'assenso di Verdini. Non vedo altra lettura possibile. Il finanziamento di Martellini a Renzi non
c'entra nulla con questa storia. La presenza di
Martellini nell'elenco dei finanziatori della campagna di Renzi per il 2009, è dovuto a un versamento da 1000 euro riferito a una cena e non
c'entra nulla con questa telefonata”.Riassumen -do spiega Luca Lotti: “Matteo Renzi ha pagato 5
mila e 100 euro nonostante un suo amico volesse
ospitarlo. Riccardo Maestrelli ha organizzato
una cena all'hotel Hilton nel quartiere dell'Isolotto del maggio 2009 alla quale ha partecipato
Fusi pagando mille euro come altre 81 persone.
Ma è tutto dichiarato e noto. Riccardo Martellini
parlava con Verdini di non fare la pubblicità per
Renzi alle elezioni a sindaco. Non c'entra nulla il
finanziamento del 2008 per le primarie. Renzi
non ha mai volato né chiesto di volare su un elicottero di Fusi. Non ha favorito Fusi anzi ha diminuito la possibilità di costruire concessa in
precedenza al suo gruppo BTP nella zona del Panificio Militare. Come Fusi stesso dice al telefono
a Riccardo Maestrelli e Andrea Bacci, dopo la
riunione nella quale il 12 maggio 2009, Renzi dice
alla popolazione che avrebbe fatto una piazza al
posto degli edifici”.
erruccio de Bortoli non è stato il primo ad accostare la massoneria al
mondo che circonda Matteo Renzi.
“Il patto del Nazareno - ha scritto il
direttore del Corriere della Sera - finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica,
forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari
sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo,
dallo stantio odore di massoneria”. Notoriamente alla stesura del Patto del Nazareno erano
presenti per il Pdl oltre a Gianni Letta l’ex piduista Silvio Berlusconi e Denis Verdini, a processo per la cosiddetta P3 e per il Pd c’era Matteo
Renzi.
Riccardo Fusi, quando era ancora il ricco e potente proprietario con Roberto Bartolomei del
più grande gruppo di costruzioni di Firenze, la
BTP, nel lontano 2009 mentre era intercettato ha
toccato l’argomento dei rapporti tra Renzi e il
mondo della massoneria con il suo socio. I Carabinieri del Ros di Firenze su delega dei pubblici ministeri che indagavano sulla cosiddetta
‘Cricca dei grandi eventi’ hanno trascritto nei
brogliacci il sunto di 52 mila conversazioni telefoniche di Fusi dal febbraio 2008 al febbraio
2010. Il Fatto pubblica oggi le sintesi agli atti del
procedimento che, pur non avendo rilevanza dal
punto di vista penale, sono utili a tratteggiare
meglio l’ambiente imprenditoriale e politico che
circondava l’attuale presidente del consiglio negli anni fiorentini in cui ha preparato il grande
salto sul proscenio nazionale.
Il processo di primo grado contro Riccardo Fusi
si è chiuso con quattro condanne per la vicenda
dell’appalto della caserma dei marescialli di Firenze, uno dei filoni dell’ambito dell’inchiesta
sulla cricca, che riguardava anche gli appalti per
i grandi eventi come il G8. Il Tribunale di Roma
ha inflitto tre anni e 8 mesi di reclusione per
Angelo Balducci, e 2 anni a Fusi, con la condizionale.
IL 19 SETTEMBRE 2009, dopo l’elezione a sindaco di Firenze di Matteo Renzi, Riccardo Fusi
parla con il suo socio Roberto Bartolomei. I due
imprenditori in quel momento già sentivano i
morsi della crisi che poi porterà al crack il gruppo
BTP, nonostante il tentativo di salvataggio con
un prestito ponte da 150 milioni per il quale si era
dato da fare anche Denis Verdini (in passato in
affari e da sempre grande amico con Fusi e Bartolomei) con Giuseppe Mussari, allora presidente del Monte dei Paschi di Siena. A gennaio del
2014 sono state chiuse le indagini della Procura
di Prato contro Fusi e Bartolomei per bancarotta.
Quel giorno di settembre di cinque anni fa Bartolomei e Fusi commentano i loro guai. Non
hanno nemmeno pagato 200 mila euro di arretrati delle quote dovute all’Associazione Industriali. Una brutta figura con i colleghi che sembrano passarsela meglio. In particolare Jacopo
Mazzei e i fratelli Corrado e Marcello Fratini, così
definiti dal Sole 24 ore: “immobiliaristi (outlet e
centri commerciali), imprenditori del settore
moda, rappresentano una delle famiglie più patrimonializzate della Toscana e del Paese. Jacopo
Mazzei è uno dei manager di punta del oro gruppo, Fingen, nel campo dello sviluppo immobiliare internazionale”.
I Carabinieri sintetizzano così la conversazione
tra Fusi e Bartolomei: “i Fratini, attraverso Mazzei, sono ben inseriti nel Comune di Firenze ed
hanno un contatto diretto con Matteo Renzi. Fusi continua dicendo che detti legami sono forti di
un ‘rapporto massonico’”.
Proprio così: rapporto massonico. I Carabinieri
non trascrivono la telefonata integralmente ma
mettono tra virgolette la frase di Fusi sul ‘rap -porto massonico’ che rafforzerebbe i legami dei
due imprenditori. Tra loro o con Renzi? Si dovrebbe ascoltare la telefonata integrale per rispondere ma non è disponibile.
Fusi al Fatto, che gli legge al telefono la sintesi
della sua frase di 5 anni fa, dice: “Non lo so. Non
so capire il contesto di questo discorso con Bartolomei. Non ho idea se loro sono massoni o no.
La massoneria per quanto si capisce comanda ma
io non lo so se loro lo siano. Io comunque non
conosco la massoneria. Non lo sono sicuramente
e non so nemmeno di che si parla. Conosco Mazzei e Fratini ma se sono massoni onestamente
non lo so”.
Da Palazzo Chigi il sottosegretario alla presidenza Luca Lotti fa sapere: “Renzi ha già più volte
chiarito che non ha nulla a che fare non solo con
la massoneria ma nemmeno con quella cultura.
Tutto il resto è chiacchiera”.
Nelle telefonate non mancano altri riferimenti
polemici al potere di Fratini e Mazzei, non solo
sul comune, a Firenze. Il 14 aprila 2008, per
esempio, Riccardo Fusi passa a Piazza Donatello
e si imbatte in un cantiere di una clinica di proprietà dei Ligresti. Quando scopre che i lavori
sono stati appaltati alla CPF dei fratelli Fratini va
su tutte le furie e chiama il suo amministratore
delegato Vincenzo Di Nardo e gli dice: “il mio
sbaglio sai qual'è stato? Di non aver preso il Mazzei io e te dai Fratini... era già risolta”.
Il gruppo Fingen dei fratelli Fratini si presenta
così su internet: “fondata nel 1979 da Corrado e
Marcello Fratini Fingen concentra oggi il suo business in tre aree: fashion, retail e Real Estate.
Nell'ambito Fashion, Fingen ha sviluppato le licenze di marchi del calibro di CK, CK Jeans, CK
Collection, Guess, Jean's Paul Gaultier e, attualmente, del brand Kathy Van Zeeland (www.kathy.it). In ambito retail dispone, attraverso Tie
Rack ltd (www.tie-rack.co.uk), di un network di
oltre 300 punti vendita, metà dei quali dislocati
nei principali aeroporti di tutto il mondo. Le attività immobiliari sono invece gestite da RDM”.
Proprio nella RDM compare Mazzei: “gestisce 20
sviluppi per una superficie complessiva di oltre
610.000 metri quadrati e un valore totale di circa
1 miliardo e 300 milioni di Euro. Fondata nel
1998 in partnership con Jacopo Mazzei che ricopre il ruolo di Presidente, RDM è tra i principali sviluppatori italiani”.
Comunque Riccardo Fusi nel 2008-2009, dopo le
lamentele con il socio, scambia una serie di telefonate con Jacopo Mazzei. Si discute di provare
a fare qualcosa insieme nel settore immobiliare e
il 15 ottobre 2008 i Carabinieri annotano: “Ja -copo Mazzei chiama Fusi. I due parlano del loro
rapporto economico condizionato dall'agire dei
vari soci. Mazzei chiede all'interlocutore la possibilità di utilizzare il suo elicottero per fare delle
fotografie dall'alto all'albergo”.
Elicotteri e alberghi sono una costante nelle telefonate di Fusi e introducono un altro personaggio chiave dei suoi rapporti con il mondo
renziano: Andrea Bacci.
FINORA QUESTO imprenditore di Rignano
sull’Arno, paese dei Renzi, era famoso oltre che
per le sue attività nel mondo del lusso con la AB
Florence e per il suo recente ruolo di presidente
della squadra di calcio Lucchese, per due cose: è
l’uomo prescelto da Matteo Renzi prima alla Provincia e poi al Comune per guidare le società per
azioni nelle quali l’ente pubblico ha una quota o il
controllo. Ai tempi della Provincia Bacci è scelto
da Renzi per guidare la Florence Multimedia, al
centro di mille polemiche per le sue spese facili.
Mentre quando Renzi diventa sindaco, Bacci diventa presidente della Silfi, società partecipata al
30 per cento dal Comune che si occupa di illuminazione. Bacci è però soprattutto l’uomo
che cerca di trovare per Matteo Renzi un elicottero per andare a Milano. In particolare il 12 dicembre chiama Fusi per dire: “Matteo deve andare di corsa a Milano in trasmissione ..all'Invasione Barbariche... dalla Biscardi i treni sono
tutti in ritardo di due ore ... due ore e mezzo e non
so come ... (inc.) è bloccata .. lui ha bisogno di
andarci in elicottero ... ce l' hai disponibile prova
a sentire ... trova una soluzione dai!”. Fusi in quel
caso lo mandò a quel paese così: “’trova una soluzione’” ma non vola l'elicottero ora ... non passa
l'Appenino l'elicottero .. non ce la fa ... Andrea ..
impossibile .. è impossibile ... l'elicottero non è un
problema .. ma non passa l'Appennino ... non lo
fanno decollare .. sono le 4 e mezzo fra partire e
fare il piano di volo un'ora ci vuole .. non si può
passare l'Appennino alle 5 e mezzo di sera ...con
la previsione che c'è non si vola ...devo andare
anch'io a Milano .. ho prenotato il treno per domani mattina”.
Poi Bacci ci riprova il 3 aprile per un volo programmato per il 6 aprile del 2009. Una data sfortunata, quel giorno c’è la scossa di terremoto
dell’Aquila. Nella telefonata a Fusi, Bacci chiede
un elicottero per un uomo che deve andare a Milano dalle 3 e mezza alle sette di sera. L’elicottero
deve restare ad apettarlo. Non si pronuncia il nome del passeggero. Il consigliere comunale Francesco Torselli, ora passato a Fratelli d’Italia, presentò un’interrogazione perché ipotizzava fosse
Renzi. Comunque al mattino, quando tutto è
pronto per la partenza, Bacci chiama Fusi per
dirgli che il volo è ‘cancellato’. Fusi risponde con
un’imprecazione. Fusi al Fatto dice che l’elicot -tero del 6 aprile 2009 non era per Renzi: “era per
un’altra persona che interessava a Bacci”. Mentre
Bacci dice “non ricordo chi fosse la persona”.
Ora Il Fatto ha scoperto che Andrea Bacci non è
solo l’uomo di fiducia di Renzi ma era anche in
affari con Fusi e lo è stato, molti anni prima, con
Tiziano Renzi, il padre di Matteo Renzi.
Il giorno prima della richiesta dell’elicottero per
andare alle Invasioni Barbariche, Andrea Bacci
era pressato da Fusi che voleva da lui una grande
somma per uscire da un’attività commerciale
(‘che non appare’) in comune. Ecco la sintesi dei
Carabinieri: “Riccardo Maestrelli richiama Riccardo Fusi il quale gli riferisce che Bacci ha già
speso i soldi dello sponsor. Fusi riferisce del colloquio con il Bacci in merito all'albergo che hanno in società tra loro. Nella circostanza Fusi dice di aver riferito al Bacci di volere la cifra di 5 milioni di
euro per uscire dalla società
nella quale non (‘con’ sul
brogliaccio Ndr) compare
ufficialmente”.
In effetti il 30 dicembre 2008
i Carabinieri annotano “Fu -si chiama Bacci al quale riferisce di essere con il Coppi
(manager del gruppo Ndr)
intento a verificare la risoluzione del contratto. I due
parlano del denaro del quale
Fusi vuole rientrare in possesso entro il 30 gennaio
2009”.
AL FATTO QUOTIDIANO Bacci dice: “Non sono
mai stato socio di Fusi e non ricordo quelle telefonate”. Mentre Fusi spiega: “Ho fatto affari
con Bacci ma non sono mai stato suo socio. Io
sono stato socio solo di Maestrelli e quest’ultimo
era a sua volta socio, in un altra azienda con Bacci”.
La questione più sorprendente è un’altra: Andrea
Bacci, manager scelto da Renzi per società pubbliche, anche quando era in affari ‘segreti’ con
Fusi, è stato socio di Tiziano Renzi. Il padre del
presidente del consiglio ora indagato a Genova
per la sua Chil Srl ha cominciato nel lontano 1993
nel settore del recupero crediti in una società nella quale c’era anche Andrea Bacci: la Raska di
Tiziano Renzi e C. S.A.S. Tiziano Renzi ne era
socio accomandatario dal 28 dicembre del 1991.
Mentre Andrea Bacci ne era socio accomandante. Bacci conferma al Fatto: “la società ha chiuso
nel 1993 e lavorava se non ricordo male per la
American Express”.
Sui rapporti tra Andra Bacci e Riccardo Fusi il
sottosegretario Luca Lotti precisa: “I rapporti di
affari tra Riccardo Maestrelli e Andrea Bacci sono noti. Renzi non ha mai volato né ha mai chiesto a Bacci di chiedere a Fusi di volare con l'elicottero di Fusi, né per raggiungere Milano nel
dicembre 2008 per partecipare alle Invasioni
Barbariche né in altre circostanze. Fra l’altro, mi
sembra di ricordare che l’unica volta in cui Bacci
e Tiziano Renzi sono stati soci, nei primi anni ’90,
si è chiusa con una causa civile tra i due”.
Il terzo uomo che fa affari con Bacci e Fusi, è
anche lui un amico di Renzi: Riccardo Maestrelli
è diventato famoso questa estate quando Matteo
Renzi ha scelto l’albergo Villa Roma Imperiale
per le sue vacanze e i giornali si sono ricordati che
era stato un finanziatore del sindaco di Firenze. Il
lussuoso resort di Forte dei Marmi appartiene
infatti alla sua famiglia. Il presidente del Consiglio ha alloggiato con moglie e figli in alta stagione ad agosto pagando una somma importante
ma più bassa del listino dei clienti ordinari. Questo aveva attirato le attenzioni sui suoi rapporti
con Maestrelli. Ora Il Fatto ha scoperto nelle carte dell’indagine sulla Cricca un’intercettazione di
una telefonata nella quale l’amico del sindaco fa
molto di più: non è solo un ospite generoso, non
è stato solo un suo finanziatore ma ha organizzato e pagato le spese di una cena all’Hilton di
Firenze nella quale sono stati raccolti circa 80
mila euro.
Alle ore 16e 32 del 19 maggio
2009 Maestrelli chiama Riccardo Fusi.
Maestrelli: abbiamo organizzato una cena all'Hilton Metropol
con la partecipazione di professionisti e imprenditori che gentilmente fanno un'offerta di euro 1000 con bonifico preventivo...
Fusi:...(ride)...
M:...allora sono... io sono a fare
... mi hanno fatto... devo fare l'esattore... sicchè devo raccattare
un po' di persone... perchè si
dovrebbe essere 100 a cena ..
F:...va bene...
M:...è la finale di coppa campioni... te lo preannuncio... quindi
s'è chiesto di mettere gli schermi... eccetera... eccetera... la cena la offro io... sicchè...
F:...ma ci sei te o no?...
M:...io ci sono... certo...
F:...allora... tu ci sei... ma per chi
si fa questi 1000 euro?...
M:...per Matteo Renzi... che ci
sarà anche lui... che ora non
so...
F:...questo Matteo Renzi ...
M:...se te non ti devi esporre
non venire... perchè...
F:...no... io... ascolta... ma ti pare
che non vengo... io vado dappertutto... per me chi vince va
bene uguale... a me basta che
campi il Maestrelli vengo... vengo....dì alla tua signorina che telefoni a codesto numero che ti
ho dato ora... e risponde la mia
segreteria e tu gli dai i dati”.
IL SOTTOSEGRETARIO Luca
Lotti precisa: “L'hotel Villa Roma Imperiale è della famiglia
Maestrelli e Riccardo è un amico di Matteo Renzi. L'hotel è
amministrato dalla sorella di
Riccardo, Elena Maestrelli. Il
presidente del consiglio, nonostante i proprietari lo avrebbero
volentieri avuto come ospite, ha
pagato una somma di 5 mila e
100 euro per un soggiorno con
la famiglia. Un prezzo, sinceramente, che mi pare
del tutto onesto”.
Sia Fratini che Mazzei, che Fusi, che Bacci sono
stati finanziatori di Renzi e nel 2009 il consigliere
del Pdl Giovanni Donzelli aveva presentato
un’interrogazione per sapere se i Fratini avevano
mai parlato con Renzi della cittadella viola. I terreni dell’Osmannoro dei Fratini infatti erano stati oggetto di una polemica in quel periodo con
Diego Della Valle perché erano proposti in quei
giorni dalla stampa per la costruzione dello Stadio e delle attività commerciali connesse.
Un’ipotesi che oggi sembra tramontata a beneficio di una soluzione più centrale: l’area Mercafir. In quella zona ha interessi importanti proprio Riccardo Maestrelli. Con la sua società infatti la famiglia Maestrelli è titolare dal 2007 di
un’area di 13mila metri quadrati di proprietà del
comune che ha ceduto il diritto di superficie per
50 anni al gruppo. Nel caso in cui lo stadio della
Fiorentina fosse costruito proprio nella zona in
cui oggi si trovano gli stabilimenti di trasformazione della frutta dei Maestrelli è facile prevedere
che in loro favore il comune trovà trovare un’al -tra area o pagare un indennizzo notevole.
Anche il cognato di Riccardo Fusi è unimprenditore noto a Firenze. Si chiama Riccardo Martellini e la sua società, la Silvaneon, dal 1947 tappezza Firenze (e altre città italiane) con i suoi
cartelloni 6 per 3.
Il 10 aprile del 2009 nel pieno della campagna
elettorale per eleggere a sindaco Matteo Renzi,
parla con Denis Verdini, leader di Forza Italia e
poi del Pdl a Firenze, sul telefono cellulare di
Riccardo Fusi, che è intercettato dai Carabinieri.
Questa è la sintesi dei Carabinieri del ROS: “Ric -cardo Fusi passa il telefono a Denis Verdini che
parla con Martellini che lo incoraggia per Firenze
e poi parlano di un preventivo fatto da Martellini
che dice di aver parlato della cosa con Bonciani
(che si doveva appunto incontrare con lo stesso
Verdini. Martellini dice di avere altre cose che
voleva Renzi ma che lui non gli ha dato; Verdini
chiede se ne ha parlato con gli altri ma Martellini
risponde che ne voleva parlare prima con lui.
Verdini poi dice che si deve incontrare con quelle
persone e che quindi lo chiama quando sarà con
loro”.
ALESSIO BONCIANI, 42 anni, eletto con il Pdl nel
2008 alla Camera, allora era coordinatore cittadino del Pdl, poi lasciato per l’Udc. Proprio nel
maggio 2009, durante la campagna di Giovanni
Galli, da lui sostenuto, arrivò ai giornali dal suo
account di posta elettronica, una mail con l'annuncio delle sue dimissioni da coordinatore cittadino: perchè i suoi non sostenevano troppo
Galli. Bonciani parlò di hackeraggio. Dal brogliaccio dei Carabinieri non è chiaro perché il
cognato di Renzi chieda a Verdini l’autorizza -zione a dare le cose che Renzi ha chiesto. Al Fatto
Martellini dice: “Che c'entra Renzi con Verdini?
Ora sì, se vediamo l'attualità. Ma allora nel 2009?
Ci sarà un errore di trascrizione dei Carabinieri.
Io non ricordo nulla. Si parlerà di un preventivo
per la pubblicità di Forza Italia, pagata regolarmente. Non ci siamo mai schierati e lavoriamo
anche per il Pd ma sono sicuro al 100 per 100 di
non avere fatto pubblicità per Renzi”. Il sottosegretario alla presidenza del consiglio Luca Lotti
che ha seguito le campagne elettorali di Renzi dal
punto di vista amministrativa meglio dell’ex sindaco spiega: “E' chiaro che si parla delle affissioni
pubblicitarie per la campagna delle elezioni del
2009 per eleggere il sindaco di Firenze. Martellini, titolare di un'impresa di affissioni, probabilmente vuole avvertire Denis Verdini che
avrebbe potuto fare oltre alla pubblicità elettorale
per noi, anche quella per Renzi. Martellini probabilmente avrà voluto farsi bello chiedendo l'assenso di Verdini. Non vedo altra lettura possibile. Il finanziamento di Martellini a Renzi non
c'entra nulla con questa storia. La presenza di
Martellini nell'elenco dei finanziatori della campagna di Renzi per il 2009, è dovuto a un versamento da 1000 euro riferito a una cena e non
c'entra nulla con questa telefonata”.Riassumen -do spiega Luca Lotti: “Matteo Renzi ha pagato 5
mila e 100 euro nonostante un suo amico volesse
ospitarlo. Riccardo Maestrelli ha organizzato
una cena all'hotel Hilton nel quartiere dell'Isolotto del maggio 2009 alla quale ha partecipato
Fusi pagando mille euro come altre 81 persone.
Ma è tutto dichiarato e noto. Riccardo Martellini
parlava con Verdini di non fare la pubblicità per
Renzi alle elezioni a sindaco. Non c'entra nulla il
finanziamento del 2008 per le primarie. Renzi
non ha mai volato né chiesto di volare su un elicottero di Fusi. Non ha favorito Fusi anzi ha diminuito la possibilità di costruire concessa in
precedenza al suo gruppo BTP nella zona del Panificio Militare. Come Fusi stesso dice al telefono
a Riccardo Maestrelli e Andrea Bacci, dopo la
riunione nella quale il 12 maggio 2009, Renzi dice
alla popolazione che avrebbe fatto una piazza al
posto degli edifici”.
Mori, Farfalla e il segreto di B. sulle carceri
M
entre i magistrati
non erano stati informati, ho ragione di pensare che
sia stato ben informato il presidente del Consiglio dell’epo -ca, Silvio Berlusconi”. Pochi
giorni fa, il vicepresidente della
commissione Antimafia Claudio Fava aggiungeva un dettaglio su quella che lui stesso ha
definito la “Gladio nelle carceri”, ossia l’accordo tra servizi
(Sisde) e direzione delle carceri
(Dap) per gestire le informazioni fornite da alcuni mafiosi. I nomi dei boss che hanno parlato
con gli 007 sono finiti nel Protocollo Farfalla, che
in realtà è stato trovato anni fa, nel 2006, durante
una perquisizione al Sisde, disposta dai pm romani Maria Monteleone e Erminio Amelio che
stavano indagano su Salvatore Leopardi, il magistrato di Palermo finito sotto inchiesta per aver
rivelato le informazioni di un pentito al Sisde.
Nell’ambito di questo processo vengono sentiti
alcuni 007, proprio per capire il circuito delle informazioni, ed è in questa fase che forse si concentrano i sospetti del vice presidente della commissione Antimafia: perché a confermare il segreto di Stato, opposto da uno 007 che avrebbe
potuto chiarire questo aspetto, è stato proprio il
governo Berlusconi il 7 marzo 2011.
PER CAPIRE QUESTA STORIA, bisogna fare un
passo indietro, ripercorrere le
fasi del processo a Leopardi (ancora in corso in primo grado) e
ricostruire il contesto. Quando i
pm romani trovano il protocollo Farfalla infatti è il 2006, anno
di insediamento del II governo
Prodi che resta in carica fino
all’8 maggio 2008, quando ritorna Berlusconi. Con Prodi vengono rinnovati i vertici dei servizi segreti: al posto di Nicolò
Pollari al Sismi viene chiamato
l’ammiraglio Bruno Branciforte; mentre al Sisde lascia Mario Mori, direttore dal
2001, sostituito da Franco Gabrielli.
Gli inquirenti di Piazzale Clodio indagavano dopo le rivelazioni di Antonio Cutolo, condannato
all’ergastolo e detenuto nel carcere di Sulmona.
Cutolo, detto Tonino ‘m u l l e t ta , sosteneva di avere
dettagli per arrestare Edoardo Contini, considerato il vertice dell’omonimo clan camorristico, e
di aver fornito alcune informazioni a due agenti
della polizia penitenziaria che a loro volta avrebbero riferito al direttore del carcere abruzzese,
all’epoca Giacinto Siciliano. Questi avrebbe informato il capo del servizio ispettivo del Dap di
quegli anni, appunto Leopardi, che a sua volta riferì al Sisde. Questa “catena di Sant’Antonio” è
costata a Leopardi e ad altri l’accusa di falsità ideologica e omessa denuncia di reato, ma il processo
non è ancora conclusa. In fase dibattimentale, tra
gli 007 convocati c’era il colonnello dell’Aisi (ex
Sisde) Raffaele Del Sole, che non
ha mai risposto ai magistrati,
anche grazie a Berlusconi. Il 7
marzo 2011, infatti, l’ex premier
ha confermato il segreto di Stato
sulle informazioni che i magistrati volevano ottenere da Del
Sole. Per i pm ciò incideva profondamente sulla possibilità di
pervenire a una piena ricostruzione delle condotte contestate
agli imputati, oltre violare l’ar -ticolo 39 comma 11 della legge
124 del 3 agosto 2007 (riforma
dei servizi) che stabilisce che
in “in nessun caso possono
essere oggetto di segreto di
stato notizie, documenti o
cose relativi a fatti di terrorismo o eversivi dell’ordine
costituzionale o a fatti costituenti i delitti di strage, associazione per delinquere e
devastazione o saccheggio”.
Principio già affermato
dall’articolo 204 del codice
di procedura penale. E nel
caso del processo Leopardi si
stava lavorando proprio su
personaggi gravitanti negli
ambienti camorristici. Il 24 novembre 2011, la VI
sezione del tribunale di Roma chiude la questione
e stabilisce che il giudizio poteva “proseguire a
prescindere, almeno per ora, dalla legittimità del
confermato segreto di Stato”. La scelta di non far
testimoniare lo 007 potrebbe quindi porre un ulteriore ostacolo al chiarimento almeno di un
aspetto di quelli che erano i rapporti tra i servizi e
i pentiti e che trova conferma nel Protocollo Farfalla.
DOPO AVERLO TROVATO, i pm hanno iniziato
una serie di interrogatori. Sono stati sentiti sia Tinebra, all’epoca alla guida del Dap, sia Leopardi,
che sono anche i due pm che chiesero l’archivia -zione, poi ottenuta, di Berlusconi e Marcello
Dell’Utri come mandanti delle stragi. Tinebra,
sentito dai pm, smentisce la circostanza e nega di
sapere dell’accordo, mentre l’ex capo del Sisde
Mario Mori avrebbe minimizzato spiegando che
si trattava di un progetto per gestire le informazioni, che però non si era mai concretizzato. Dopo
questi interrogatori, i magistrati romani presentano un ordine di esibizione al Dap ma di quel
protocollo non c’è traccia. Così mandano a processo Leopardi e altri per una sola vicenda, e la
faccenda si chiude senza il deposito delle carte del
Sisde, compreso il Protocollo Farfalla. Fino a gennaio scorso quando il carteggio è stato mandato a
Palermo, che ha ricevuto non solo l’accordo tra
Sisde e Dap, ma anche gli interrogatori resi
all’epoca, oggetto di una nuova indagine.
Twitter: @PacelliValer
entre i magistrati
non erano stati informati, ho ragione di pensare che
sia stato ben informato il presidente del Consiglio dell’epo -ca, Silvio Berlusconi”. Pochi
giorni fa, il vicepresidente della
commissione Antimafia Claudio Fava aggiungeva un dettaglio su quella che lui stesso ha
definito la “Gladio nelle carceri”, ossia l’accordo tra servizi
(Sisde) e direzione delle carceri
(Dap) per gestire le informazioni fornite da alcuni mafiosi. I nomi dei boss che hanno parlato
con gli 007 sono finiti nel Protocollo Farfalla, che
in realtà è stato trovato anni fa, nel 2006, durante
una perquisizione al Sisde, disposta dai pm romani Maria Monteleone e Erminio Amelio che
stavano indagano su Salvatore Leopardi, il magistrato di Palermo finito sotto inchiesta per aver
rivelato le informazioni di un pentito al Sisde.
Nell’ambito di questo processo vengono sentiti
alcuni 007, proprio per capire il circuito delle informazioni, ed è in questa fase che forse si concentrano i sospetti del vice presidente della commissione Antimafia: perché a confermare il segreto di Stato, opposto da uno 007 che avrebbe
potuto chiarire questo aspetto, è stato proprio il
governo Berlusconi il 7 marzo 2011.
PER CAPIRE QUESTA STORIA, bisogna fare un
passo indietro, ripercorrere le
fasi del processo a Leopardi (ancora in corso in primo grado) e
ricostruire il contesto. Quando i
pm romani trovano il protocollo Farfalla infatti è il 2006, anno
di insediamento del II governo
Prodi che resta in carica fino
all’8 maggio 2008, quando ritorna Berlusconi. Con Prodi vengono rinnovati i vertici dei servizi segreti: al posto di Nicolò
Pollari al Sismi viene chiamato
l’ammiraglio Bruno Branciforte; mentre al Sisde lascia Mario Mori, direttore dal
2001, sostituito da Franco Gabrielli.
Gli inquirenti di Piazzale Clodio indagavano dopo le rivelazioni di Antonio Cutolo, condannato
all’ergastolo e detenuto nel carcere di Sulmona.
Cutolo, detto Tonino ‘m u l l e t ta , sosteneva di avere
dettagli per arrestare Edoardo Contini, considerato il vertice dell’omonimo clan camorristico, e
di aver fornito alcune informazioni a due agenti
della polizia penitenziaria che a loro volta avrebbero riferito al direttore del carcere abruzzese,
all’epoca Giacinto Siciliano. Questi avrebbe informato il capo del servizio ispettivo del Dap di
quegli anni, appunto Leopardi, che a sua volta riferì al Sisde. Questa “catena di Sant’Antonio” è
costata a Leopardi e ad altri l’accusa di falsità ideologica e omessa denuncia di reato, ma il processo
non è ancora conclusa. In fase dibattimentale, tra
gli 007 convocati c’era il colonnello dell’Aisi (ex
Sisde) Raffaele Del Sole, che non
ha mai risposto ai magistrati,
anche grazie a Berlusconi. Il 7
marzo 2011, infatti, l’ex premier
ha confermato il segreto di Stato
sulle informazioni che i magistrati volevano ottenere da Del
Sole. Per i pm ciò incideva profondamente sulla possibilità di
pervenire a una piena ricostruzione delle condotte contestate
agli imputati, oltre violare l’ar -ticolo 39 comma 11 della legge
124 del 3 agosto 2007 (riforma
dei servizi) che stabilisce che
in “in nessun caso possono
essere oggetto di segreto di
stato notizie, documenti o
cose relativi a fatti di terrorismo o eversivi dell’ordine
costituzionale o a fatti costituenti i delitti di strage, associazione per delinquere e
devastazione o saccheggio”.
Principio già affermato
dall’articolo 204 del codice
di procedura penale. E nel
caso del processo Leopardi si
stava lavorando proprio su
personaggi gravitanti negli
ambienti camorristici. Il 24 novembre 2011, la VI
sezione del tribunale di Roma chiude la questione
e stabilisce che il giudizio poteva “proseguire a
prescindere, almeno per ora, dalla legittimità del
confermato segreto di Stato”. La scelta di non far
testimoniare lo 007 potrebbe quindi porre un ulteriore ostacolo al chiarimento almeno di un
aspetto di quelli che erano i rapporti tra i servizi e
i pentiti e che trova conferma nel Protocollo Farfalla.
DOPO AVERLO TROVATO, i pm hanno iniziato
una serie di interrogatori. Sono stati sentiti sia Tinebra, all’epoca alla guida del Dap, sia Leopardi,
che sono anche i due pm che chiesero l’archivia -zione, poi ottenuta, di Berlusconi e Marcello
Dell’Utri come mandanti delle stragi. Tinebra,
sentito dai pm, smentisce la circostanza e nega di
sapere dell’accordo, mentre l’ex capo del Sisde
Mario Mori avrebbe minimizzato spiegando che
si trattava di un progetto per gestire le informazioni, che però non si era mai concretizzato. Dopo
questi interrogatori, i magistrati romani presentano un ordine di esibizione al Dap ma di quel
protocollo non c’è traccia. Così mandano a processo Leopardi e altri per una sola vicenda, e la
faccenda si chiude senza il deposito delle carte del
Sisde, compreso il Protocollo Farfalla. Fino a gennaio scorso quando il carteggio è stato mandato a
Palermo, che ha ricevuto non solo l’accordo tra
Sisde e Dap, ma anche gli interrogatori resi
all’epoca, oggetto di una nuova indagine.
Twitter: @PacelliValer
PAPPA E CICCIA E IL MAFIOSO E D U CATO di Gian Carlo Caselli
A
Brescello (Reggio Emilia)
una troupe di giovani coraggiosi ha girato per il web
Cor tocircuito, un formidabile
servizio ripreso da i l fa t to q u o -t i d i a n o. i t A
Brescello (Reggio Emilia) una
troupe di giovani
coraggiosi ha girato per il web Cor tocircuito,
un formidabile servizio ripreso da i l fa t to q u o t i d i a n o. i t .
Tema: gli ottimi e cordialissimi rapporti del sindaco
(Pd) con tal Francesco
Grande Aracri, abitante nel
paese da molti anni ma non
un cittadino come tutti gli
altri. Egli infatti è stato condannato per mafia e sottoposto a sorveglianza speciale. È inoltre al centro di attività economiche sospette
che hanno recentemente
portato a un sequestro di beni a suo carico, da parte dei
Carabinieri di Reggio Emilia, per un valore di 3 milioni
di euro. Fa da cornice al tutto
l’accusa di legami con la cosca ’ndranghetista di Cutro.
E tuttavia il sindaco ha definito questo soggetto “p e rsona educata e composta,
gentilissima e tranquilla,
sempre vissuta a basso livello”.
Brescello è anche il paese di
Peppone e don Camillo, i
mitici personaggi di Giovannino Guareschi, resi ancor
più famosi dai film interpretati da Gino Cervi e Fernandel, nel ruolo di sindaco e
parroco. Solo che le cose sono cambiate, rispetto a quei
tempi.
Perché Peppone e don Camillo (rompendo una crosta
solo apparente di bonomia)
facevano continuamente
prorompere un torrente di
divergenze, litigi, scontri e
risse. Ora invece parroco e
consiglio comunale si schierano subito dalla parte del
sindaco. Ormai è tutto un
idilliaco “pappa e ciccia”, un
universale “volemose bene”
all’insegna dell’indignata
negazione dell’esistenza di
qualunque problema di mafia.
Si organizzano iniziative popolari pro-sindaco e si raccolgono per lui firme di solidarietà e sostegno (con il
concorso, pare, dei familiari
del condannato). E chi prospetta anche solo la possibilità di infiltrazioni illegali nel
paese è pregato senza tanti
riguardi di farsi da parte e
starsene zitto.
BRESCELLO in verità non si
differenzia troppo da molte
altre zone del Centro e Nord
Italia. Spesso, anche se vi sono presenze mafiose di tutta
evidenza, fortissima e diffusa
è la tendenza a negarle. Miopia, superficialità, sottovalutazione e ignoranza si intrecciano con una sorta di distacco “aristocratico” del Centro-Nord verso problemi
considerati a torto roba
esclusiva di un Sud arretrato
e povero. Senza accorgersi
che così si spalancano praterie sconfinate alla penetrazione dei mafiosi. Che per
parte loro fanno di tutto (ce
l’hanno nel Dna) per passare
inosservati, per non essere
avvertiti come un pericolo:
dimostrando notevoli capacità di “ibridarsi” mescolan -dosi e mimetizzandosi con le
persone per bene.
Con il paradosso che questa
mimetizzazione (la vita “a
basso livello”…) finisce per
essere un comodo alibi per
chi non vuol vedere o prova a
giustificare la sua disattenzione.
VIENE IN MENTE quel che il
prefetto di Palermo Carlo
Alberto dalla Chiesa aveva
dichiarato oltre trent’anni fa
a Giorgio Bocca, pochi giorni prima di essere ucciso dalla mafia, a proposito dei
Corleonesi (i Liggio, i Collura, i Criscione ecc...) che
nel 1949 erano stati da lui
denunciati in Sicilia per più
omicidi e sempre assolti per
insufficienza di prove, e poi
si erano “tutti stranamente
ritrovati a Venaria Reale alle
porte di Torino”. Dalla
Chiesa chiedeva “notizie sul
loro conto e gli veniva risposto “brave persone, non disturbano, firmano regolarmente”. E nessuno si era accorto che in giornata magari
erano venuti a Palermo o tenevano ufficio a Milano o,
chi sa, erano stati a Londra o
Parigi”. Tempi, luoghi e personaggi sono diversi: ma sostanzialmente uguale è il
giudizio troppo ottimistico e
indulgente: ieri “brave persone” oggi “persone educate
e composte”, come a smentire che la storia non si ripete.
Quel che il sindaco e gli abitanti di Brescello (purtroppo
come tanti altri) non vogliono neppure prendere in considerazione è la sicura, accertata forza relazionale della
’ndrangheta soprattutto nei
piccoli centri, cioè la sua costante ricerca di credito sociale attraverso stretti rapporti con le amministrazioni
locali e la popolazione: senza
commettere reati che creino
troppo allarme, ma facendo
valere come immanente
(senza strafare) la forza che
comunque discende dal loro
persistente legame con l’or -ganizzazione criminale le cui
radici restano in Calabria.
CON IL RISULTATO di un
sotterraneo, crescente intreccio con il mondo “per bene” e di una progressiva intensificazione dell'inquinamento dell'economia pulita
ad opera di quella illegale. A
volte facilitata dal fatto che
un aiutino per superare le
difficoltà economiche contingenti può anche far comodo e può indurre a negare di
avere a che fare non persone
poco raccomandabili.
Brescello (Reggio Emilia)
una troupe di giovani coraggiosi ha girato per il web
Cor tocircuito, un formidabile
servizio ripreso da i l fa t to q u o -t i d i a n o. i t A
Brescello (Reggio Emilia) una
troupe di giovani
coraggiosi ha girato per il web Cor tocircuito,
un formidabile servizio ripreso da i l fa t to q u o t i d i a n o. i t .
Tema: gli ottimi e cordialissimi rapporti del sindaco
(Pd) con tal Francesco
Grande Aracri, abitante nel
paese da molti anni ma non
un cittadino come tutti gli
altri. Egli infatti è stato condannato per mafia e sottoposto a sorveglianza speciale. È inoltre al centro di attività economiche sospette
che hanno recentemente
portato a un sequestro di beni a suo carico, da parte dei
Carabinieri di Reggio Emilia, per un valore di 3 milioni
di euro. Fa da cornice al tutto
l’accusa di legami con la cosca ’ndranghetista di Cutro.
E tuttavia il sindaco ha definito questo soggetto “p e rsona educata e composta,
gentilissima e tranquilla,
sempre vissuta a basso livello”.
Brescello è anche il paese di
Peppone e don Camillo, i
mitici personaggi di Giovannino Guareschi, resi ancor
più famosi dai film interpretati da Gino Cervi e Fernandel, nel ruolo di sindaco e
parroco. Solo che le cose sono cambiate, rispetto a quei
tempi.
Perché Peppone e don Camillo (rompendo una crosta
solo apparente di bonomia)
facevano continuamente
prorompere un torrente di
divergenze, litigi, scontri e
risse. Ora invece parroco e
consiglio comunale si schierano subito dalla parte del
sindaco. Ormai è tutto un
idilliaco “pappa e ciccia”, un
universale “volemose bene”
all’insegna dell’indignata
negazione dell’esistenza di
qualunque problema di mafia.
Si organizzano iniziative popolari pro-sindaco e si raccolgono per lui firme di solidarietà e sostegno (con il
concorso, pare, dei familiari
del condannato). E chi prospetta anche solo la possibilità di infiltrazioni illegali nel
paese è pregato senza tanti
riguardi di farsi da parte e
starsene zitto.
BRESCELLO in verità non si
differenzia troppo da molte
altre zone del Centro e Nord
Italia. Spesso, anche se vi sono presenze mafiose di tutta
evidenza, fortissima e diffusa
è la tendenza a negarle. Miopia, superficialità, sottovalutazione e ignoranza si intrecciano con una sorta di distacco “aristocratico” del Centro-Nord verso problemi
considerati a torto roba
esclusiva di un Sud arretrato
e povero. Senza accorgersi
che così si spalancano praterie sconfinate alla penetrazione dei mafiosi. Che per
parte loro fanno di tutto (ce
l’hanno nel Dna) per passare
inosservati, per non essere
avvertiti come un pericolo:
dimostrando notevoli capacità di “ibridarsi” mescolan -dosi e mimetizzandosi con le
persone per bene.
Con il paradosso che questa
mimetizzazione (la vita “a
basso livello”…) finisce per
essere un comodo alibi per
chi non vuol vedere o prova a
giustificare la sua disattenzione.
VIENE IN MENTE quel che il
prefetto di Palermo Carlo
Alberto dalla Chiesa aveva
dichiarato oltre trent’anni fa
a Giorgio Bocca, pochi giorni prima di essere ucciso dalla mafia, a proposito dei
Corleonesi (i Liggio, i Collura, i Criscione ecc...) che
nel 1949 erano stati da lui
denunciati in Sicilia per più
omicidi e sempre assolti per
insufficienza di prove, e poi
si erano “tutti stranamente
ritrovati a Venaria Reale alle
porte di Torino”. Dalla
Chiesa chiedeva “notizie sul
loro conto e gli veniva risposto “brave persone, non disturbano, firmano regolarmente”. E nessuno si era accorto che in giornata magari
erano venuti a Palermo o tenevano ufficio a Milano o,
chi sa, erano stati a Londra o
Parigi”. Tempi, luoghi e personaggi sono diversi: ma sostanzialmente uguale è il
giudizio troppo ottimistico e
indulgente: ieri “brave persone” oggi “persone educate
e composte”, come a smentire che la storia non si ripete.
Quel che il sindaco e gli abitanti di Brescello (purtroppo
come tanti altri) non vogliono neppure prendere in considerazione è la sicura, accertata forza relazionale della
’ndrangheta soprattutto nei
piccoli centri, cioè la sua costante ricerca di credito sociale attraverso stretti rapporti con le amministrazioni
locali e la popolazione: senza
commettere reati che creino
troppo allarme, ma facendo
valere come immanente
(senza strafare) la forza che
comunque discende dal loro
persistente legame con l’or -ganizzazione criminale le cui
radici restano in Calabria.
CON IL RISULTATO di un
sotterraneo, crescente intreccio con il mondo “per bene” e di una progressiva intensificazione dell'inquinamento dell'economia pulita
ad opera di quella illegale. A
volte facilitata dal fatto che
un aiutino per superare le
difficoltà economiche contingenti può anche far comodo e può indurre a negare di
avere a che fare non persone
poco raccomandabili.
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